EM'ARTE 2006

Concorso Internazionale di Arti Visive blog gestito da Raffaela Maria Sateriale

Recensione di Francesca Pepi

EM'ARTE 2006

3° CONCORSO INTERNAZIONALE DI ARTI VISIVE

 

 

 

La figura prima di tutto, con un'intensità spavalda e vigorosa.

Superata la paura di affrontare il vuoto, ma anche il pullulare di verità autoreplicanti, di solipsistici relativismi, di spazi incerti della realtà, minata dai surrogati del reality o degli spot pubblicitari, sembra di poter cogliere la pregnanza visiva, più o meno sorvegliata e consapevole, di una sfida.

Un'ondata di neofigurativo -ci viene da pensare attraversando gli spazi dell'Ecomuseo di Castellina Marittima, che in questi giorni accolgono le opere del 3° Concorso Internazionale di Arti Visive, Em'Arte, 2006.

Così ci è apparsa, coraggiosa e talora felicemente saggia, la galleria di opere in mostra nella cornice ancora autenticamente rurale di questo lembo di Toscana, da cui si vede lontano, dall'alto, il mare.

Effettivamente le linee direttrici principali della selezione di opere finaliste esposte rimandano con chiarezza a questa tendenza, evidente soprattutto tra i giovani artisti e ormai pienamente dichiarata.

Di nuovo il piacere di 'dipingere' figure tratte dalla realtà.

Ma non è un "ritorno all'ordine". Ogni artista, lo abbiamo notato soprattutto nei più capaci e promettenti, ha tracciato una strada propria di riconquista del reale: con tratti di originalità, scavo psicologico, intensità.

Effetti questi particolarmente accentuati in talune opere, come in quella del piemontese Bisaccia. In essa la rappresentazione iperrealista assume un carattere enigmatico e complesso, dove il pathos è determinato dal distacco emotivo inscritto nell'impeccabile impianto della visione. In altri casi, il quoziente di ammiccante problematicità, come nel caso di Memorie dolorose di Sabatini, si annida nella finta semplicità di un'immagine realizzata in modo parzialmente impersonale, attraverso l'elaborazione al computer. I dettagli di un volto vi compaiono ingigantiti, solcati dalla trama di pieghe disegnate dall'artista. La texture grafico-pittorica che ne deriva mira a ricavare un ritratto psicologico a tinte forti del personaggio e a facilitarne l'immediata lettura. Il richiamo inevitabile va al linguaggio grafico del fumetto, alla cui iconografia l'artista sembra ispirato, lasciando intravedere peraltro una formazione grafico-pittorica più complessa e aggiornata, che affonda le radici nell'analisi della alterazione dell'immagine e della realtà, su basi fisiologiche, ma più estesamente sociologico-culturali.

Una ricerca di chiaroscuri, non naturalistici, ma psicologici, si ritrova nel ritratto di Rapacciuolo. La densità pittorica del colore, ora sporcato e addensato sulla tavola, ora steso con velature a creare trasparenze, contribuisce a modulare la ricchezza emozionale del dipinto.  Interessante la costruzione del quadro, che rivela la volontà di cogliere in presa diretta, quasi un'istantanea, il soggetto umano. L'unico protagonista della scena, benché ai margini della superficie pittorica, vi appare in un atteggiamento disarmato di sorpresa o spavento: attenzione alla figura, ma non neoumanesimo.

 

In questa, come in altre opere in mostra la figura umana, per quanto presente e unica protagonista della scena, si offre paradossalmente come spunto per una riflessione sulla mancata centralità. Ciò è sottolineato dal taglio cinematografico dell'immagine, in diversi lavori, in cui sono omessi gli elementi tradizionali del ritratto. Non si cerca di tratteggiare la personalità dell'individuo, non vi sono personaggi di per sé importanti per ruolo, provenienza o sentimenti, non committenti di prestigio. L'indagine sull'umanità tende ad abolire il volto, come in Taxi, di Marzia Gallinaro o in Cammina, cammina, cammina dell'artista coreana Youn-Mee Park. L'appartenenza alla specie umana del soggetto rappresentato è cercata altrove. Si preferisce mettere in risalto l'istintualità e la irriducibilità degli impulsi che nell'uomo, come del resto nell'animale, sovrintendono alla sopravvivenza, alla riproduzione, al movimento.

In Taxi trionfa la banalità di un sinuoso corpo femminile, di cui non è taciuta, come sconveniente, la normale attitudine a sudare, che risulta invece esaltata nella composizione, grazie al taglio dell'immagine. L'artista non si perde ad analizzare il volto di una donna, ma ne racconta la storia, attraverso il solo movimento del corpo e di quel braccio alzato, alla faticosa ricerca di un taxi, in una strada che, per via di quella esibita peluria sotto l'ascella, siamo portati ad immaginare calda e assolata.

Pittura colta e raffinata quella della coreana Youn-Mee Park, in cui sembrano riecheggiare i motivi eterni di eros e thanatos, mentre dal punto di vista stilistico, lascia affiorare una certa vicinanza a Marlene Dumas, molto attenta all'inventario che offre l'umanità. Anche in questo caso, benché sia l'uomo protagonista del dipinto, il volto non compare. La figura cui si allude è descritta negli arti inferiori, a partire dal bacino. Evidente è invece la centralità dell'organo  riproduttivo, artefice della perpetuazione della specie e dell'attaccamento all'esistenza, al di là di ogni possibile naufragio di senso. Evocativo anche il titolo scelto, Cammina, cammina, cammina.

 

La pittura in quanto tale è esaltata, come mezzo espressivo capace di sondare territori della psiche individuale e collettiva in modo fresco.

Percepiamo fermenti assolutamente insperati fino a qualche tempo fa, ma non per questo meno attesi, del tutto assenti in occasioni mondane come la vetrina della Biennale di Venezia di questi ultimi anni, segnata dal predominio a senso unico, quasi claustrofobico, dei videotapes e delle installazioni.

Sembra di poter finalmente cogliere nell'aria un rinnovato auspicio: " The triumph of painting", come recita il titolo di una importante mostra svoltasi alla Saatchi gallery di Londra nel 2005. Vi esponeva, fra gli altri, un artista come Eberhard Havekost, che dipinge, dopo averle elaborate al computer, immagini impercettibilmente deformate, spesso figure umane estrapolate dalla pubblicità. Mentre un altro debito estetico e concettuale, seppure non necessariamente esplicito, soprattutto nei giovani artisti, può essere riconosciuto nei confronti di un personaggio del calibro di Chuck  Close, capace di spaziare con logica rigorosa da un realismo non casualmente maniacale fino ad una perturbazione della figura umana, in particolare del volto, attraverso la pittura di pixel creati dalla propria fantasia di visione.

 

Accogliamo positivamente una presa di posizione da parte degli artisti impegnati a trovare una propria strada, avendo chiara consapevolezza del contrastato rapporto tra realtà e finzione, dove l'una non è avara di insidiosi o grossolani infingimenti, mentre l'altra si presenta limpidamente nella sua drammatica orditura artistica.

 

Francesca Pepi

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